venerdì 27 febbraio 2015

Puer Aeternus



Un altro programma di quell'esperimento radiofonico del 1990 che avevamo chiamato "Labirinti", trasmesso dalla sedicente "Radio Senza Frequenza" fu "Puer Aeternus". Anche questo programma è qualcosa di poco classificabile nel panorama tradizionale dei prodotti mediatici.

Rimando ai post precedenti (I sotterranei e Quadri sonori) per la descrizione del contesto in cui è inserito. Diciamo che il programma Puer Aeternus potrebbe essere assimilato da lontano ad un documentario radiofonico, ma potrebbe anche stare tra i radiodrammi. Di fatto non è rappresentato alcun documento originale, né c'è una sceneggiatura precisa, ma vuole proporre una serie di suggestioni musicali e letterarie che rimandano a questa figura archetipica dell'eterno bambino.

Da un punto di vista psicologico il Puer Aeternus è quell'uomo che conduce generalmente una vita provvisoria, dovuta alla paura di essere ingabbiato in una situazione da cui potrebbe non essere possibile fuggire. Carl Gustav Jung ne ha parlato nel suo studio "Archetipi e inconscio collettivo" e mette in evidenza la sua natura polare positiva-negativa:

da un lato l'eterno fanciullo appare come un bambino divino, che ricorda Eros, Hermes, Pan, e simboleggia la novità, la fantasia, il potenziale di crescita, la speranza per il futuro; d'altro lato rappresenta l'incostanza, il disordine, la stravaganza, l'istinto incontrollabile, l'essere posseduto dalla passione, il dongiovannismo.

L'interesse per questa figura mitica e modello psicologico, mi è nato quando ancora giovane scoprii che personalmente ne ero un classico esempio. Grande fu lo sconcerto che ebbi, io che credevo di essere un tipo assai originale, quando mi vidi descritto abbastanza fedelmente nelle caratteristiche che un'illustre studiosa junghiana, Marie-Louise von Franz, associava al Puer Aeternus, completando il quadro ambivalente descritto, anche quell'altro aspetto, che credevo davvero mio, di avere sempre la fantasia che in futuro la cosa immaginata si sarebbe realizzata da sola.

martedì 17 febbraio 2015

"I Sotterranei" di Jack Kerouac - L'adattamento radiofonico


Non esiste un metodo o una tecnica particolare per scrivere l’adattamento radiofonico di un romanzo o di un racconto. Non perché sia sempre così semplice, ma piuttosto per l'ampio spazio creativo che viene lasciato all'operatore.

Italo Calvino con la radio ha avuto una nutrita e fruttuosa collaborazione per anni. Ricordo ad esempio la sua celeberrima quanto esilarante "intervista impossibile" del 1974 con l'uomo di Neanderthal, interpretato da un grande Paolo Bonacelli che rispondeva alle domande dell'intervistatore Vittorio Sermonti. Per inciso, diciamo che le interviste impossibili rappresentano forse l'idea più geniale e proficua che sia mai stata realizzata nella storia della radio, capace di mettere in evidenza le qualità drammaturgiche del tutto peculiari dello strumento radiofonico.

Ebbene, nell'adattamento radiofonico si dà vita e forma ad un processo che Italo Calvino definiva come una sorta di  “cinema mentale che é sempre in funzione in tutti noi e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vista interiore". In effetti:
"durante la lettura di un libro, inevitabilmente ci creiamo l’immagine visiva della storia partendo dalle parole del testo che stiamo leggendo; tendiamo, cioè, a sceneggiare, a visualizzare, a collocare in determinati scenari gli eventi narrati, secondo il più o meno ampio repertorio di stereotipi che abbiamo a disposizione e con il quale colmiamo sottintesi, silenzi ed eventuali lacune del testo narrativo" (link)
Da un punto di vista registico, il primo termine di riferimento da prendere in considerazione nell'adattamento radiofonico è naturalmente il tempo che si ha a disposizione per mettere in scena il racconto, perché, qualora la durata del programma non rappresentasse un problema, allora si opterebbe per la sua lettura integrale, eventualmente dando risalto al valore dell'interpretazione ed al commento musicale e sonoro che potrebbe accompagnarla.

venerdì 13 febbraio 2015

Le ville di Bali



La villa esotica ai tropici. Un sogno per molti. Una realtà per pochi. E' vero!  Voglio sperare, però, che questa distinzione tra due umanità, particolarmente in voga oggi a causa della crisi in atto, non richiami unicamente il pensiero della disponibilità più o meno di denaro per potersi permettere tali lussi, ma piuttosto quello della limitazione che molti impongono a se stessi della forza di realizzazione del proprio sogno. Detto questo, veniamo a noi.

Tra il 2007 e il 2009 tentai, con la mia compagna, l'esperimento di sistemarmi a Bali. Era bello vivere in quell'isola e tutto aveva il profumo dei fiori e dell'incenso arso sulle offertine sistemate ovunque, mentre si era riscaldati dai sorrisi dei Balinesi e dai trenta gradi costanti del giorno. Erano anni che frequentavo Bali; i miei viaggi erano più o meno annuali e incentrati sull'ashram di Ratu Bagus, lo sciamano che mi ha insegnato a sentire l'energia.

Bali era diventata nel tempo la mia seconda patria, che offriva un ambiente multiculturale estremamente vario ed internazionale pur conservando quel carattere di primitività che salvaguardava il contatto umano e la ricerca di ispirazione artistica e contemplazione meditativa. Fu così che cominciai presto ad esercitare il mestiere, girando vari documentari sul maestro balinese e poi, approfittando del rapporto aperto che avevo con Rai Educational in Italia, avevo concordato vari altri documentari e servizi sull'arte e la cultura balinese, in particolare sul famoso "Bali Style".

lunedì 9 febbraio 2015

Fausto Antonini


Sono particolarmente legato a Fausto Antonini e non solo perché era una persona molto bella, profondamente empatico con l'altro, grande conoscitore dell'animo umano, intellettualmente onestissimo, esempio magnifico di coerenza tra vita e pensiero. Sono particolarmente legato a Fausto Antonini perché, grazie alla sua presenza su questa terra, quando avevo vent'anni, mi ha aiutato a fare una scelta di vita molto difficile e sofferta, quella di cambiare facoltà universitaria e passare da Ingegneria, per cui avevo già superato alcuni esami, a Filosofia.

Sono due strade di studio che aprono prospettive umane, sociali e professionali completamente differenti. Non c'è bisogno di spiegarne il motivo. Fin da piccolo ero stato educato in famiglia con l'aspettativa che diventassi ingegnere e, in verità, ero anche portato: bravo in matematica al liceo scientifico e grande passione per l'elettronica, che negli anni '70 stava rivelando le sue enormi potenzialità con l'invenzione dei transistors e dei circuiti integrati.

Sta di fatto che quando cominciai ad inoltrarmi seriamente in quel corso di studi, mi accorsi di avere interrogativi esistenziali così pressanti che agognavo in tutti i modi di affrontarli. Le lunghe ore di studio sui libri di fisica, chimica, analisi matematica, non facevano altro che acuire questa urgenza e farmi considerare la prospettiva futura di diventare un anonimo tecnico all'interno di un gigantesco meccanismo industriale come uno spettro orribile.

Ricordo che alternavo lo studio universitario con la lettura di libri di filosofia indiana, teologia cristiana e psicoanalisi. Ero anche un entusiasta ascoltatore di un programma che andava in onda su una tv locale in cui questo professore di antropologia filosofica, Fausto Antonini, parlava al telefono con gli ascoltatori con una schiettezza e profondità veramente suggestiva. Il mio ero un ascolto attento, analitico, registravo tutte le puntate e me le riascoltavo più volte finché non le avevo assorbite bene. Probabilmente ancora conservo da qualche parte le scatole piene di quelle cassette.

Al culmine della crisi, durante il secondo anno di Ingegneria, cominciai a marinare le lezioni e a rifugiarmi in Via Magenta 5, Roma, dov'era l'aula in cui Fausto Antonini teneva le sue lezioni ad una platea nella quale solo una piccola parte erano studenti. La maggioranza era gente normale, che ritagliava spazi sottratti al lavoro o alle cure familiari per abbeverarsi alla sua saggezza sagace, ironica e sempre molto coinvolgente.

Per farla breve, in capo a qualche mese, arrivai finalmente alla decisione di cambiare il mio destino, accettando anche la possibilità un giorno di andare a finire sotto i ponti, come accoratamente mi avvertiva mio padre.

Filosofo sui generis, emarginato dalla cultura ufficiale di allora, mopolizzata dai marxisti da una parte e dai cattolici dall'altra, Fausto Antonini, che aborriva qualsiasi genere di morale dogmatica, aveva coniugato da sempre la psicologia e la psicoanalisi con la filosofia. Egli sentiva che presto quelle due morali si sarebbero alleate, per creare quel grande super-io catto-comunista che ci avrebbe stritolati nelle maglie della repressione della vita.

I suoi grandi cavalli di battaglia teorici erano "il potere" e le sue mille sfaccettature, la repressione sessuale, il capro espiatorio, la ricerca della felicità, che lui sapeva inserire e descrivere con quella sua vitalità ed ironia, in qualsiasi dialettica intraprendeva, da quella cattedratica o quella nata dalla conversazione estemporanea con un ascoltatore al telefono.  C'è un suo vecchio allievo, Sergio Rizzitiello, che nel suo blog ha dedicato un omaggio a Fausto Antonini, riassumendone sinteticamente il pensiero e la bibliografia.  Non ho trovato altri riferimenti a lui su Internet. Per paura che questo unico contributo scompaia, lo inserisco anche qui in fondo al post.

Io sentii per la prima volta la voce di Fausto Antonini, che ero ancora un bambino, alla fine degli anni Sessanta, nel programma di Radio Rai "Chiamate Roma 3131", ascoltato in casa di mattina da mia madre; poi lo riscoprii durante le sue dirette su TVR Voxon, la tv locale romana di quando ero adolescente, di cui parlavo sopra, alla fine andai a trovarlo all'Università. Quando ero ormai inserito nel corso di studi filosofici, sostenni il suo esame, Antropologia Filosofica. Più che un esame fu una chiacchierata tra amici. Quando vide il mio grosso pacco di fogli con gli appunti di tutte le lezioni dell'anno, si stupì e scherzò dicendo che, chissà, forse un giorno, dopo che sarebbe morto,  qualcuno avrebbe scoperto il suo pensiero e fatto diventare famoso.

Nel 1987 quando ormai lavoravo in Rai da qualche anno, mi fu chiesto di realizzare il programma "Lo Specchio del Cielo": appuntamento settimanale della domenica sera con una sorta di autoritratto segreto di un personaggio importante del mondo della cultura. Per me fu l'occasione di andare a trovare alcuni miei cari e illustri professori universitari, con lo spirito di voler recuperare il vecchio rapporto interrotto, rinnovandolo su un piano di ruoli più paritetici. Non ero più lo studente, ma il professionista.

Mi sentivo cresciuto e mi piaceva confrontarmi con quei vecchi mentori che mi avevano tanto aiutato nel mio percorso di ricerca. Antonini fu uno dei primi che intervistai, poi ricordo fra gli altri Ida Magli, la mia relatrice di laurea, Mario Bussagli, grande guida sulla via della seta, alla scoperta dell'arte asiatica; Elemire Zolla, vero iniziato alla conoscenza esoterica e sapienziale, Fernanda Pivano, un mito che per chi come me amava la letteratura della Beat Generation; Namkhai Norbu; che allora era solo un lama tibetano, lettore all'Orientale di Napoli, ma sarebbe poi diventato il famoso fondatore di monasteri, come quello di Merigar, ad Arcidosso, sul Monte Amiata.

Ho già parlato del sito web della Rai che sta pubblicando i materiali radiofonici di quegli anni. C'è anche "Lo specchio del Cielo". Però non capisco la scelta redazionale, da parte di chi gestisce il sito. Hanno tagliato via almeno metà dell'intervista e poi l'hanno associata ad un altra che non ha nessun legame con la prima. Sicché in un unico file di un'ora troviamo due interviste una dopo l'altra, realizzate da due programmisti differenti a due personaggi differenti. Veramente un non-sense per un podcast downloadabile! Visto che non ci sarebbero problemi di spazio o di tempo, perché non offrire il programma integrale, univoco e consultabile con un criterio più intelligente? Sono i misteri dalla grande azienda pachidermica.

martedì 3 febbraio 2015

Present Moment, Wonderful Moment


Nella stagione 1992-93 ero impegnato nella regia del 3131, il popolare programma di Rai RadioDue, che in quell'anno era condotto da Paolo Restuccia e Gianluca Nicoletti. Trascorrevo tutto il tempo negli studi di via Asiago, la mattina per la trasmissione in diretta, il pomeriggio per la preparazione di quella del giorno dopo. Non di rado passavo anche dodici ore al giorno là dentro, ma non mi dispiaceva. Lavoravo con passione, il team redazionale era molto energico ed energetico e non mancavano le soddisfazioni di vedere gli effetti di un tale impegno.

Questo per dire soltanto che non avevo la possibilità di fare altro. Grande fu quindi la mia sorpresa quando la Signora Lidia Motta, capostruttura della rete, mi convocò per propormi di realizzare un documentario e partecipare come Rai al festival di documentari radiofonici "Prix Futura Berlin", che si svolgeva ogni anno nella capitale tedesca.

Ma come potevo fare un documentario in quelle condizioni? Come potevo star fuori, incontrare gente, raccogliere testimonianze? Sembrava veramente impossibile. Abituato all'idea che a tutto c'è sempre una soluzione, non mi tirai indietro, ma mi presi un po' di tempo per pensarci. A casa, in mezzo al mio archivio sonoro, che già all'epoca era piuttosto corposo, mi guardai intorno per vedere se mi veniva qualche idea.

Da anni raccoglievo le registrazioni dei discorsi dei maestri che conducevano i ritiri spirituali di Vipassana, la meditazione di origine buddista che seguivo fin dai tempi dell'Università, da quando cominciai a frequentare Corrado Pensa all'Istituto Orientale de "La Sapienza". Noto professore, allievo diretto del grande orientalista italiano Giuseppe Tucci, che lo precedette presso la stessa cattedra, fondatore dell'Ismeo, l'Istituto del Medio Estremo Oriente, Corrado, come affettuosamente lo chiamavamo noi studenti, affiancava l'attività universitaria all'insegnamento della meditazione sul respiro, che aveva approfondito e su cui si era specializzato tra l'altro presso l'Insight Meditation Society di Barre, Massachusetts.